DOTT. MATTEO VAGLI PSICOLOGO DELLO SPORT

matteo vagliD: Dott. Vagli in cosa consiste nello specifico, il suo lavoro come psicologo in particolare nell’ambito sportivo?

R: Nello specifico mi occupo principalmente di formazione ai tecnici sportivi, agli allenatori e anche in modo minore ai genitori degli atleti.Questo è circa il settanta per cento del mio lavoro. Poi mi occupo di mental training, di preparazioni one to one, allenamento mentale e tutta la fetta di potenziamento delle performance e pochissimo di recupero sui deficit, che è anche la parte più divertente. Direi che  in percentuale 80 per cento potenziamento, (preparazione alla qualificazione olimpica miglioramento del gesto o approccio alla gare) e 20 per cento gestione dello stress che in realtà è la parte più richiesta anche perchè chi chiede di avere un supporto psicologico di solito lo fa per gestire lo stress. Poi scoprono che lo psicologo fa anche altro…

D: Le squadre che abbiamo intervistato fino ad ora hanno manifestato due preponderanti elementi di stress: le aspettative dell’allenatore e la poca coesione di gruppo. Cosa ne pensa?

R: L’aspettativa è l’elemento di stress più forte in assoluto. L’aspettativa può essere interiorizzata o esteriorizzata,  ossia può capitare di leggere il comportamento dell’allenatore come se fosse una sua aspettativa ma in realtà è dell’atleta o viceversa. Ad esempio i bambini, sono caricati dalle aspettative dei genitori, anche solo quando dicono di aver speso tempo e soldi per farli giocare. A volte anche l’allenatore usa delle frasi cariche di aspettative, ad esempio “in te ho speso tanto” , tutte cose che vanno ad appesantire lo “zaino” dell’atleta che si ritrova così ad averlo sempre più pesante fino ad esserne schiacciato. Anche la coesione di gruppo, negli sport di squadra è assolutamente causa di stress.

D: Se c’è coesione di gruppo c’è anche divisione di responsabilità?

R: Si, ma in un gruppo molto coeso ognuno tende a prendersi le proprie responsabilità. Non le scarica sulla squadra. Poi chiaramente vanno analizzati i singoli casi. Gli sport individuali invece, risentono di più della tensione, perchè ci si allena comunque in gruppo, poi però si gareggia da soli.

D: Quali sono gli elementi da tenere in considerazione secondo lei?

R: Direi comunque ancora le aspettative, le metterei in assoluto al primo posto.

Poi la coesione e anche la “non conoscenza” di cosa sia lo stress, perchè capire cos’è è fondamentale per poterlo gestire, ma ci sono allenatori e genitori che non lo sanno individuare o tentano di sminuire il problema, finendo così per trasformarlo in nemico numero uno dell’atleta. Una giusta dose di stress è comunque fondamentale per la prestazione, ma deve essere una spinta e non una zavorra.

E poi aggiungerei la comunicazione, perchè passa tutto attraverso la comunicazione. La differenza che c’è tra dire e comunicare qualcosa. L’allenatore a volte vuole dire una cosa ma ne trasmette un’altra. Come quando ti dicono “non ti agitare” ed è la volta che ti agiti! Bisogna capire in un certo senso anche la personalità dell’atleta, evitare di dire “oggi tutti gli occhi sono puntati su di te” se l’atleta è particolarmente emotivo, ecc.  Quindi comunicazione e consapevolezza, anche questi sono aspetti importanti.

D: Gli atelti che si rivolgono a lei cosa si aspettano?

R: Una soluzione!

D: Intesa come una sorta di pillola magica?

Si l’aspettativa è quella. Quando sono piccoli, vengono i genitori a fare il colloquio, poi ti chiamano due tre giorni prima della gara e ti chiedono “puoi parlare col ragazzo che domani ha una gara?” Ma io cosa posso fare? Non funziona così.

Si aspettano una medicalizzazione di tutto ed occorre spiegare bene che non è così, non si risolve così e non deve crearsi una dipendenza. Bisogna aiutarli a trovare gli strumenti giusti per gestire i momenti di ansia, strumenti che poi devono diventare loro perchè oggi è lo sport domani magari è il lavoro, e devi imparare a gestirli. Non è facile far passare questo concetto, ci vuole tempo, a volte anche qualche mese prima che capiscano che il problema non è la gara di domani.

D: Che tipo di strategie suggerisce?

R: Cerco di fare capire alle persone che non ho soluzioni “medicali” o “pozioni magiche”.

Lo psicologo non è un indovino. A volte ti dicono : ”ho l’ansia e mi tremano le gambe” e quando chiedi loro perchè, restano sorpresi, perchè si aspettano che glielo dica tu.

Col tempo e l’esperienza ho imparato che è meglio chiarire subito le cose, che io non faccio niente, io rispecchio, rimbalzo, provoco ma è la persona stessa che deve scavare dentro di sè, io sono uno strumento. Molti mi scrivono per avere consigli, ad esempio una persona l’altro giorno mi ha scritto: “io sono debole mentalmente”.  Si aspettava una “cura”, ma io non posso fare nulla, possiamo parlarne insieme e cercare di capire.

La modalità con cui si lavora con le persone è molto personale, non c’è una regola standard. Se no si rischia di sbagliare approccio. Ad esempio tempo fa, con un ragazzo molto bravo che ha vinto diversi titoli internazionali, ho usato la tecnica degli obiettivi e con lui ha funzionato benissimo, obiettivi iperspecifici,  lo rendevano una bomba.

La stessa tecnica su un altro atleta non ha funzionato, perchè a differenza del primo che si “caricava” con la vista degli obiettivi, quest’ultimo era troppo “carico” e aveva quindi bisogno di scaricare. Non esiste una soluzione uguale per tutti.  Quello che  fa lo psicologo è capire cosa si può fare per gli altri, ma l’80% del lavoro lo fa chi viene da noi e solo il 20% è intervento da parte nostra. Invece molti si aspettano il contrario. E’ opportuno chiarire sempre con i clienti, con i pazienti, il tipo di percorso che noi adottiamo e non creare dipendenza, anche se a volte vuol dire perdere queste persone a favore di altri percorsi o terapeuti, ma è una questione di etica e correttezza.

Il nostro lavoro è dotare le persone di strumenti efficaci per poter affrontare e risolvere in autonomia i loro problemi.

D: Si parla sempre più spesso di tecniche mentali, lei cosa ne pensa?

R: Per me la cosa più efficace è la consapevolezza  e la comunicazione con gli allenatori.

Con gli atleti lavori molto sulla consapevolezza, li porti a conoscersi a fondo, a capire le reazioni che hanno quando vanno sotto stress e come fare per gestirlo.

Uno strumento che si usa per aumentare la consapevolezza è il “self talk”, imparare ad ascoltare me stesso, trasformare il mio potenziale, aumentare l’autoefficacia.

Anche saper gestire i pensieri non sempre è facile. A volte un atleta non è del tutto consapevole di quello che gli succede in gara, e in questo caso funziona bene la tecnica del diario, anche se per alcuni è impegnativo. E’ però un ottimo strumento perchè ti permette di analizzare a posteriori cosa hai fatto, dove hai sbagliato e si ottengono buoni risultati.

D: Delle tecniche di rilassamento cosa ne pensa? Ad esempio si parla molto di mindfulness

R: Le tecniche di rilassamento vanno benissimo, io le uso molto, anche se è molto personale,  dipende dallo sport. Con alcuni atleti funziona benissimo con altri no. Ci sono tante tecniche ma alcune sono solo dei tamponi. In generale vanno bene,  aiutano a rilassarsi, tanti atleti le usano, poi adesso sono diventate anche una moda.

A volte vengono da me per apprendere una tecnica di rilassamento, ed io la spiego, ma per me è fondamentale capire perchè una persona è sotto stress, e non basta solo insegnare una tecnica.

Ho approfondito anche il mondo zen, uso il ragionamento “one to one”, il significato del qui ed ora, senza pensare a ciò che è stato e ciò che sarà, che è un po’ il concetto della mindfulness.

D: Come vede il mondo sportivo la figura dello psicologo?

R: All’estero avere uno psicologo nello staff tecnico è una normalità, come in America ad esempio. In Canada sono anni luce avanti su questo argomento. Noi, in Italia, ci stiamo arrivando con calma. Io lavoro dal 2012 e già ho notato che in questi anni il mondo sportivo è cambiato moltissimo a riguardo, ci sono sport che si sono aperti allo psicologo, che lo accettano e altri che non lo accettano ancora, perchè sono rimasti legati allo stereotipo dello psicologo che “cura i malati di mente”, mentre sappiamo bene che non è così.

Una volta si pensava che la preparazione di un atleta fosse racchiusa in tre dimensioni: fisica, tecnica e tattica. Adesso molte società hanno capito l’importanza della quarta dimensione, quella mentale, emotiva e cominciano ad interessarsi alla cosa.

D: Esiste un percorso tipo da consigliare ad un atleta che viene da lei per motivi di stress/ansia?

R: Si, un percorso tipo esiste, ci sono delle fasi di assestamento, si fanno fare dei test, ma tutto è comunque occasione di dialogo e alla fine non sempre è importante vedere il risultato perchè magari hai già approfondito abbastanza col colloquio. Questo per i primi incontri, dopo si fa un proposta di percorso e si cerca di definirlo insieme. All’inizio gli incontri sono vicinissimi,  uno a settimana poi tendiamo a dilatare i tempi.

Aggiustiamo, tentiamo e ritentiamo, finché non si trova il modo giusto e lo si applica assieme.

Poi una volta che la persona sa gestirsi da sola, ci si rivede magari un anno dopo o solo se c’è una necessità.

D: Potrebbe raccontarci un caso che le rimasto impresso, senza fare nomi ovviamente….

R: Un caso importante che mi ricordo, riguarda una bambina che vomitava sempre prima di ogni gara. Abbiamo cominciato a lavorare con lei, ma è stato palese fin dall’inizio che la causa del malessere  era la madre, troppo presente, troppo assillante. A questo punto abbiamo proposto alla madre un percorso con un altro psicologo, in modo che si facessero seguire entrambe in parallelo, ma la madre non solo non ha accettato ma ha interrotto anche le sedute della bambina.

Un altro caso, di cui vado fiero, riguarda un’altra ragazzina, molto intelligente e capace, si vedeva che era anni luce avanti ai suoi compagni, ma aveva problemi per questo e non riusciva più nemmeno a dormire. L’abbiamo aiutata con le tecniche di rilassamento ed è migliorata molto. Poi un anno dopo, si è ri presentata perchè aveva fatto un salto di categorie e soffriva della situazione. Abbiamo lavorato sulla consapevolezza corporea e la gestione dei pensieri. L’ho rivista quest’anno e sta facendo un ottima carriera.

D: Un atleta come fa a tutelarsi dallo stress  prima che diventi burnout? A quali cose deve fare attenzione? E lo psicologo quali segnali coglie?

R: Qui entra in gioco il grado di consapevolezza. Fondamentalmente l’atleta deve imparare ad osservarsi, deve capire quando rallentare, quando accelerare e poco a poco deve imparare a costruirsi. Bisogna imparare a stare nel giusto equilibrio. E’ importante circondarsi di persone che vogliono il tuo bene e non il tuo risultato.

I segnali ci sono,  in un modo o nell’altro il tuo corpo, le tue azioni, te lo dicono. Ad esempio il desiderio di abbandonare lo sport è un segnale importantissmo della carica di stress.

Alcuni negano di essere sotto stress fino a che non esplodono, ed è allora che arrivano dallo psicologo. In questo caso si inizia a lavorare dall’episodio scatenante.

Dott. Matteo Vagli

Per contatti: vagli@mentesport.net

http://www.mentesport.net/

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